
Sono state divulgate ieri le 641 pagine delle motivazioni che hanno portato alla condanna di 7 anni in appello per concorso esterno in associazione mafiosa del senatore PDL Marcello dell’Utri il 26 giugno scorso.
Secondo i magistrati, Dell’Utri ha apportato un consapevole e valido contributo al consolidamento e al rafforzamento del sodalizio mafioso, consentendo ai boss di agganciare per molti anni una delle più promettenti realtà imprenditoriali di quel periodo, vale a dire la Fininvest di Berlusconi.
Ricorrendo all’amico, mafioso, Gaetano Cinà e alle sue autorevoli conoscenze e parentele, Dell’Utri ha svolto un’attività di mediazione tra Cosa Nostra, e in particolare il suo rappresentante più influente all’epoca Stafano Bontade, e Silvio Berlusconi. In questo modo ha apportato un consapevole e rilevante contributo al rafforzamento del sodalizio criminoso procurando una cospicua font di guadagno illecito, sempre Berlusconi.
La mediazione ventennale (’70 e ’80) tra i boss e il Cav. ha permesso a Cosa Nostra di perpetrare un’intensa e sistematica attività estorsiva ai danni del facoltoso imprenditore milanese in cambio di protezione personale.
Incolumità garantita dal famoso stalliere (eppure Berlusconi non aveva cavalli) Vittorio Mangano, avviando un rapporto parassitario protrattosi per quasi due decenni.
Si ritiene provato una riunione svoltasi a Milano nel 1975 negli uffici Fininvest tra i boss Gaetano Cinà, Girolamo Teresi, Stefano Bontade, Marcello dell’Utri e Silvio Berlusconi. Si conferma che negli anni ’70 e ’80 Berlusconi, pur di stare tranquillo, preferisse pagare piuttosto che denunciare i fatti alle autorità. Gli emolumenti finiscono nel ’92.
Probabilmente Dell’Utri non ha avuto un legame così forte con i vertici della mafia dopo l’assassinio di Bontade che ha segnato l’ascesa di Totò Riina e il culmine della strategia stragista.
Non ci sono prove certe, inoltre, dell’esistenza di un patto politico-mafioso per quanto riguarda le elezioni del 1994. Nonostante i vertici mafiosi, e in particolare Leoluca Bagarella, abbandonarono la promozione della formazione politica autonomista Sicilia libera per appoggiare Forza Italia, non ci sono elementi che confermino l’avvenuto accordo.
Da notare come Berlusconi nel decreto sia citato ben 441 volte. Molti hanno sottolineato la cautela dei giudici che hanno considerato solo i fatti provati e riprovati, non tenendo conto delle testimonianze più pesanti e compromettenti di Gaspare Spatuzza e Massimo Ciancimino. Sarebbe potuta andare, dunque, molto peggio, sia per Dell’Utri che per il premier.
Si evince dal testo come il premier per anni, piuttosto che riferire le estorsioni ricevute, ha preferito pagare la mafia. Non un granché come esempio, in un periodo di strenua lotta alla Mafia dove, tra l’altro, la Confindustria sta tenendo una campagna per la quale chi paga il pizzo viene espulso dall’associazione.
Berlusconi non avrà problemi a configurarsi come vittima. Ma chi paga è complice, non vittima. Cade anche l’eterna menzogna che il Cavaliere e lo Scudiero raccontavano su Mangano: un tuttofare assunto per le sue qualità. No, Mangano era mafioso ed è stato scelto proprio perché mafioso.
Non è moralismo o giustizialismo pensare che un premier che per vent’anni ha avuto come braccio destro un mafioso e finanziato Cosa Nostra, per dieci anni ha ospitato un altro mafioso e che, durante la sua ascesa imprenditoriale, ha incontrato i vertici della Mafia, sia indegno e indecente per un paese civile.
È semplicemente buon senso.
